Spettacoli

Il laboratorio della vagina - 2017
scritto, diretto e interpretato da Patrizia Schiavo
con un frammento tratto da "Il Rumore della notte" di Marco Palladini
con Teresa Arena, Annamaria Bruni, Roberta Colussi, Silvia Grassi, Roberta Marcucci, Carmen Matteucci, Sarah Nicolucci



"Capace di coniugare irriverenza, comicità e denuncia, una sciarada che oscilla tra il serio e il faceto, il goliardico e la polemica. Farsa giocosa e j’accuse, dove la vagina diventa simbolo dell’immaginario maschilista e patriarcale, oggetto di desiderio, di ironie e mistificazioni, ma anche arma di rivoluzione, strumento per la presa di coscienza della donna e del suo potere." 
In compagnia di un idolo femminile primitivo, la Grande Madre, tra il talk show, la terapia di gruppo e la denuncia sociale, la conduttrice, sessuologa, sacerdotessa ‘Schiavo’, accompagna sette donne in un percorso rivolto alla liberazione dai tabù, dai luoghi comuni, dall’ignoranza, dalle inibizioni, dalle paure, dal senso di vergogna. Un viaggio collettivo in cui le pazienti e, di riflesso, gli spettatori imparano a raccontarsi, a conoscere il proprio corpo e a vivere appieno la propria sessualità. Senza pedanteria informa e sdogana in maniera esplicita e spudorata i tabù assolvendo una funzione liberatoria, terapeutica. 
La vagina, emblema di femminilità, forza e maternità, ma anche motivo d’incomprensione, sottomissione, emarginazione, violenza. Storie ironiche, incredibili, fantasiose o drammatiche: l'arrivo del ciclo e "la prima volta", le richieste erotiche più incredibili e il posto più strano in cui l'abbiamo fatto. L'orgasmo, i maniaci dei parchi e gli stupri. Si indagano i diversi aspetti: da quelli piccanti, a quelli negativi e dolorosi, in un’escalation che conduce agli orrori delle violenze subite dalle donne bosniache, gli stupri di massa perpetrati nel 1992 in Bosnia come pulizia etnica.

Un NO allo stupro, alla violenza, alla mutilazione, all’infibulazione e un SI alla riscoperta del proprio essere, della femminilità, del sesso, della dignità e del rispetto. Un messaggio di denuncia, un grido per vincere l'indifferenza. “Invece di nasconderci dietro al velo e al burqa, noi ce la guardiamo!".






Lo spettacolo apre la rassegna Parla con Lei, un progetto che racconta le donne a trecentosessanta gradi, dal paradosso vitale alle pieghe più oscure dell’anima, attraverso lo strumento del Teatro in tutte le sue forme, per aprire un luogo di confronto e di riflessione, “per una nuova cultura della parità e del rispetto”. 
Questo l’intento che animerà Teatrocittà per la stagione 2017– 2018.









Ufficio stampa: Artinconnessione - Chiara Crupi - 3932969668
artinconnessione@gmail.com


Il laboratorio della vagina -  Recensioni
...capace di coniugare irriverenza, comicità e severa denuncia sociale...Le bravissime attrici, capeggiate e dirette dall’ottima Patrizia Schiavo, sono protagoniste di una sciarada che oscilla continuamente tra il faceto e la denuncia sociale, il goliardico e la polemica, la risata che un istante dopo si capovolge in riflessione, rammarico... La regia di Schiavo gioca su questo confine liminare tra farsa giocosa e j’accuse, in un’azione drammaturgica straniante che raddoppia la sua efficacia nella metatestualità: la vagina diventa al contempo simbolo dell’immaginario maschilista e patriarcale, oggetto di desiderio, di ironie e mistificazioni, ma anche arma di rivoluzione, strumento per la presa di coscienza della donna e del suo potere.
Alessandro Alfieri - Persinsala

Ritmo serrato, battute al vetriolo, risate assicurate...Opera corale a tinte forti, divertente, coraggiosa... Il testo raggiunge la sua climax, grazie a un frammento del testo “Il rumore della notte” di Marco Palladini sugli stupri avvenuti durante la guerra in Bosnia. La Schiavo riesce nel miracolo...
Elena D'Elia - Brainstorming culturale magazine

Regia sapiente e dettagliata...coniuga diverse forme di teatro dal dramma alla commedia, denuncia sociale e teatro civile...Patrizia Schiavo una professionista proveniente dal teatro vero, quello con la T maiuscola...
Michele di Muro - Periodico italiano magazine

Liberatorio e divertente, terapeutico ed esplicito...spudorato e irriverente...
Senza pedanteria, “Il laboratorio della vagina” prova a rompere i tabù, ad essere esplicito ma non osceno... E' un messaggio di denuncia, un grido per vincere l'indifferenza. Ottime le interpretazioni delle attrici a cominciare dalla Schiavo...
Michela Staderini - Saltinaria

Attrici brillanti, divertenti e profonde, un tema spesso oggetto di tabù e il bisogno di urlare che la propria femminilità non può essere violata...un’opera originale e contemporanea, un atto di pensiero forte e indispensabile...Non solo uno spettacolo...ma un NO allo stupro, alla violenza, alla mutilazione, all’infibulazione e un SI alla riscoperta del proprio essere, della femminilità, del sesso, della dignità e del rispetto.
“Invece di nasconderci dietro il burka e dietro il velo noi ce la guardiamo!”
Miriam Bocchino - Different Magazine

...testo molto interessante messo in scena da una compagnia tutta al femminile che anima il nuovo spazio teatrale di “Teatrocittà”... ideato e interpretato da una strepitosa Patrizia Schiavo, che guida le sue donne verso la scoperta di se stesse...toccante... pieno di momenti ricchi di emozioni. 
Silvia Scalamonti - Il Foyer 

...la scena centrale è dedicata agli orrori delle violenze subite dalle donne bosniache...le attrici trasfigurano, diventano altro, si proiettano in uno spazio ideale lontano dal contesto del resto della messa in scena, come una parentesi d’orrore, come l’emersione dell’autentico nucleo dell’intero spettacolo. Poi però, sapientemente, si torna al talk show e a sorridere,
seppur poco prima si stava incollati alla sedia in tensione e scioccati dall’orrore raccontato: è lo stesso movimento dell’odierno circuito massmediale, che “switcha” di continuo tra emozioni inconciliabili provocando una schizofrenia collettiva, e che portato in scena su un palco si smaschera offrendo l’opportunità (remota, utopica, ma per questo non
meno necessaria e vitale) di una qualche trasformazione culturale e sociale.
















Piccoli Crimini Coniugali -2016
di Carl Emmannuel Smith
con Patrizia Schiavo e Emanuele Santoro
Regia di Emanuele Santoro
ES Teatro Lugano - 2016






Hanno sparato a Maria - 2015
memoria di scena per una donna italiana
di Giuliano Compagno, con Patrizia Schiavo. 
Regia Giancarlo Cauteruccio. Compagnia Krypton

Ispirato alla storia di Maria Plozner Mentil (1884-1916), portatrice carnica durante la Grande Guerra. Maria ha 32 anni, quattro figli e un marito al fronte, sul Carso. Ciononostante  risponde alla richiesta di volontari. Sale e scende la montagna ogni giorno con le gerle cariche di cibo, vestiti, munizioni, medicine per quei giovani, strangolati dal freddo e dalla nostalgia. Un'opera quotidiana di infinito coraggio. Il lampo di eroismo di una donna che sente di appartenere a qualcosa, a una bandiera, a un uomo, a dei figli che l'aspettano a sera. E che infine se ne va da sola, lungo un sentiero tortuoso, a farsi appuntare una medaglia d'oro.





















Le sedie -2015
di Eugene Ionesco
con Patrizia Schiavo e Emanuele Santoro
Regia di Emanuele Santoro 
ES Teatro Lugano - 2015

























CANTO CLANDESTINO  - 2013
da “Un canto clandestino saliva dall’abisso” 
di Mimmo Sammartino
Regia e drammaturgia di Patrizia Schiavo
Con (in ordine alfabetico): Antonio De Stefano, Domenico Maugeri, Francesco Meoni, Alberto Rossatti, Patrizia Schiavo. Canto Silvia Grassi

Fotografie di Antonella Castrignano e Marco Troia

Patrizia Schiavo



Video integrale dello spettacolo 
del 14 Aprile 2013 
Roma, Teatro Ambra alla Garbatella





“Continua la lotta delle forze dell’ordine contro gli sbarchi dei clandestini. Sono stati sottoposti a fermo, centocinquanta extracomunitari, privi di documenti d’identità. I clandestini raccontano di un presunto naufragio avvenuto in mare aperto, durante il quale sarebbero annegati centinaia di loro compagni. Ma nessuna segnalazione è giunta alle capitanerie di porto. Non si nasconde, un certo scetticismo sulla fondatezza della notizia. Le autorità competenti stanno comunque effettuando gli accertamenti di rito. Ed ora linea allo sport…”

Sembra uno dei tanti articoli che negli ultimi mesi stanno affollando i quotidiani soprattutto italiani e invece è solo la voce radio che introduce il nostro Canto Clandestino: un concerto poetico sonoro per percussioni, violino, violoncello e voci.
Le voci sono quelle dei racconti autentici dei pochi sopravvissuti.
Sono quelle dei pescatori che hanno visto, che hanno pescato cadaveri
Sono quelle delle madri che ancora aspettano i figli.
Le voci sono quelle degli annegati; negati in vita e negati pure di fronte alla morte.
Vivi e morti narrano qui la storia dei popoli dell’esodo.
Si tratta di una trasfigurazione lirica del più grande naufragio nel Mediterraneo dopo la guerra che costò la vita nel Natale del 1996 a 283 migranti, restati in fondo al mare senza sepoltura, senza colpevoli per la loro morte e senza nemmeno diritto di cronaca se non fosse stato per l’opera di pochi, coraggiosi e tenaci giornalisti. I sopravvissuti non furono creduti e rimasero inascoltati. Poi furono espulsi.

Alberto Rossatti

Domenico Maugeri





















«Dedico questo scritto a tutti i migranti, ai viaggiatori, ai popoli dell’esodo. Alla dignità del loro coraggio necessario e della loro ricerca. Ai loro cammini che nessun  naufragio, nessuna indifferenza, nessuna ostilità e ottusità potrà mai fermare. All’umanità che sfida il mistero dell’orizzonte ignoto e il tempo dell’attesa. Ai loro racconti sospesi. Alle loro malinconie. Ai loro canti». 
Mimmo Sammartino  

Antonio De Stefano
Silvia Grassi




















Roma, Teatro Ambra alla Garbatella -  Aprile 2013









Patrizia Schiavo,
Mimmo Sammartino,
Pietra Selva - Torino 2009


Patrizia Schiavo













Attesa







La storia di un ragazzo afghano che, per essere salvato, è stato "abbandonato" dalla madre... Il padre era stato derubato e ucciso dai banditi e i proprietari delle merci, in cambio, volevano prendere Enaiat come schiavo. Sua madre non aveva nessuna possibilità di evitargli quella fine se non portandolo lontano dall'Afghanistan.
Inizia così una terribile odissea per quel bambino che si ritrova solo senza denaro e senza neppure la minima idea di che cosa poter fare, se non la voglia disperata di vivere e di mantenere fede ai tre insegnamenti che la madre, prima di tornare in Afghanistan dagli altri figli, gli aveva dato come regola di vita: non fare uso di droghe, non fare uso di armi, non rubare ma guadagnarsi da vivere lavorando. Regole che un bambino di dieci anni promette di mantenere e che, nonostante le terribili difficoltà che dovrà superare, Enaiatollah osserverà sempre.

Intorno al tema della mancanza e dell’attesa ruota la seconda parte del lavoro. L’attesa della Terra Promessa per il figlio, l’attesa del figlio per la madre,  l’attesa dell’amore perduto per la ragazzina, l’attesa della felicità per la donna. Il lavoro gestuale-espressivo si fa di volta in volta metafora di smarrimento, desiderio e attesa come condizione universale. Due donne si interrogano tra desideri, ricordi, sogni, incubi e smanie-manie che non concedono tregua. Chi sono? Un’Arianna abbandonata e una Penelope stanca di aspettare? Gli archetipi emergono dal tessuto di una visione contemporanea, in cui il cinismo prende il posto del dolore, il riso quello del pianto, la donna qualunque quello dell’eroina.


La lingua prevalente è quella italiana, mentre la presenza dell’inglese e dello spagnolo, oltre ad imbastire variazioni nel tessuto ritmico-sonoro, contribuisce ad annullare ogni circoscrizione di luogo e a collocare i personaggi in uno spazio-tempo indefinito.




Nella storia di Enaiat colpisce, dopo tutto, l'estrema e per noi assurda difficoltà per ottenere il permesso di soggiorno come rifugiato politico. Negare il permesso a chi arriva da inferni come quello dell'Afghanistan ci appare come un’ulteriore crudeltà nei confronti di chi ne ha subite anche troppe. La storia di Enaiat è fortunatamente a lieto fine. Ora ha circa 21 anni, studia, ha un lavoro,  amici, una vita. Quanti possono dire la stessa cosa? Quanti sono invece spariti nei doppifondi di un camion, congelati sulle montagne che tentavano di attraversare, o ingoiati dal mare? Ci sentiamo sereni per la vittoria di uno o dobbiamo vergognarci per la sconfitta (che significa quasi sempre morte) di tanti?    



METAMLETO 
da William Shakespeare
Adattamento e regia 
Patrizia Schiavo
con


Patrizia Schiavo, Federico Ceci, Emanuele Santoro, Vito Gravante
Scenografia 
Gerardo Wuthier

Sulle tracce di Amleto
Se l’unicità e la popolarità di Amleto stanno nella sua capacità di parlare all’uomo moderno di se stesso, è perché nell’Amleto ognuno vi trova il suo dramma: Amleto è tragedia politica, familiare, metafisica, morale, tragedia d’amore.
Basterebbe scegliere per riconoscersi. Se alla base dell’uomo moderno sta la coscienza profonda di una crisi di valori, il sovvertimento di modelli conoscitivi, l’impossibilità di affermare qualsiasi verità, se identifichiamo i segni della modernità, nella scissione della coscienza e nello smarrimento di fronte al fine e al senso della vita, non possiamo non sentire Amleto come un nostro contemporaneo, e non approfittare di accostarci a lui per indagare noi stessi.


Eliot, definendolo un enigma lo paragona alla Gioconda. “Un’opera enigmatica... in cui rimane sempre una frazione di grandezza sconosciuta che non ammette soluzione alcuna”.

Ma è proprio questa soluzione mancante, specchio dell’impossibilità di rappresentazione oggettiva del mondo e dell’io, che è alla base della nuova dimensione tragica inaugurata da questo eroe-anti-eroe: “Perché non c’è niente di buono né di cattivo che non sia il pensiero a renderlo tale”, dice Amleto percependo una realtà fatta di apparenze, di ombre, di immagini illusorie, “ Ci sono più cose tra cielo e terra di quante non ne sogni la tua filosofia”, senza tuttavia rassegnarsi all’idea di cercare una Verità che non dia tregua all’Anima.

E allora chi è Amleto oggi, alle soglie del 3° millennio, dopo che l’uomo è arrivato sulla luna, ha scoperto la fotografia, creato il cinema, la televisione, la realtà virtuale, ecc...?
Quanto è diverso dall’Amleto di ieri, che vive la crisi del passaggio tra un rinascimento al tramonto e una nuova era, accompagnato dalla coscienza neoplatonica dell’illusorietà del reale?






IL CANTICO DEI CANTICI






dalla traduzione di Guido Ceronetti
Adattamento e regia
Patrizia Schiavo
Interprete
Patrizia Schiavo
Scenografia
Gerardo Wuthier



Il mio lavoro sul Cantico
di Patrizia Schiavo

Il testo mi ha offerto diversi spunti di elaborazione in funzione di una partitura polifonica.






Per ora mi sono limitata ad una riscrittura di alcune zone dei Cantico, moltiplicando la parola poetica. La moltiplicazione avviene oltre agli effetti eco, attraverso un'altra presenza vocale, dal vivo ma fuori campo. Sebbene trattasi di voce maschile, facilmente identificabile con quella dell'amato, la sua incorporeità vuole ribadirne l'assenza e accentuare l'aspetto allucinatorio. Seguendo dunque la strada della Non-Esistenza dell'oggetto d'amore, scelgo di muovermi nell'ambito della visionarietà, della trance, ponendo di coseguenza l'accento sulla valenza metafisica del Cantico anche là dove il linguaggio sembra farsi più diretto e trovare riferimento nella concretezza del reale. E qui la mia ricerca vuole andare oltre la parola e quello che ne è il senso letterale, restituendo ora il valore delle numerose metafore, ora la condizione psico-fisica di cui la parola è simbolo, ora utilizzandola come suono e ritmo anche attraverso l'apporto delle percussioni dal vivo; un verso in particolare che Guido Ceronetti traduce: "Mi Stravolgi La Mente" anziché "Mi ferisci il cuore", mi ha fornito la chiave; come in altri passi del Cantico è diventato elemento sonoro-ripetitivo, strumento di un processo sensoriale-ritmicoemotivo, dove lo "stravolgersi della mente" è forse l'unica vera condizione positiva e necessaria al passaggio al mutamento, alla rottura e finalmente alla perdita come unico presupposto alla visione, alla rivelazione. Presupposto che rimane tale in quanto l'amore umano si rivela effimero e illusorio e dell'amore divino forse non sempre la fede basta per averne certezza.



Il Cantico dei Cantici per me rappresenta un'ulteriore tappa di un percorso d'indagine filosofico-teatrale sul tema dell' "Essere" e dell' "Amore", cominciata nel '92 con "Me-Dea" di M. Palladini passando nel '93 per "Arsa" di G. Manfridi e nel '94 per "Care dame sbandate" di L. Prosa (scritture poetiche contemporanee) Compagnia Kripton, Firenze.

Il viaggio è solo all'inizio.    
Patrizia Schiavo

Innalzando solennemente i versi come le dita lo giuro: amo di un amore immutabile e fedele.
                                                                                   V. Majakovskij






1 commento:


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